Shirin si laurea in Legge nel 1969 diventando così la prima donna giudice in Iran. Quando Khomeini sale al potere è costretta a dimettersi dal suo incarico, viene minacciata più volte ed infine arrestata. Le sue dichiarazioni non sono gradite al regime. Shirin afferma continuamente che una donna per avere successo nel suo Paese deve essere almeno “due,tre volte più brava di un uomo” e non tollera il diffuso detto che “in Iran una donna vale come l’occhio strabico di un uomo”. Si batte quotidianamente per strappare le sue connazionali al regime oscurantista in cui il valore della vita di una donna era metà di quello di un uomo, infatti se, per esempio, una macchina investiva per strada una coppia, il compenso dovuto alla famiglia dell’uomo era doppio rispetto a quello che spettava ai familiari della donna. E dove una testimonianza femminile in un’aula del tribunale contava la metà di quella maschile. Lei stessa scrive: “Le nuove norme mettevano indietro l’orologio di millequattrocento anni, tornando agli albori della diffusione dell’Islam quando lapidare le donne per adulterio e mozzare le mani ai ladri erano considerate condanne adeguate”.
Il suo impegno costante è stato quello di modificare le leggi in favore del genere femminile, restando però sempre nella cornice del rispetto per l’islam, trovando le giuste interpretazioni e stigmatizzando le interpretazioni volte a colpire le donne.
Nel 1989, alla morte di Khomeini, le donne in Iran ripresero a lavorare e studiare, e Shirin riprese ad esercitare la sua professione di avvocata. Così descrive quel periodo: “Il privilegio di una laurea non eliminò la discriminazione sessuale, gelosamente custodita nella nostra cultura e nelle nostre istituzioni, ma instillò nelle donne iraniane qualcosa che, nel tempo, penso, trasformerà il nostro Paese: una consapevolezza viscerale della loro condizione di oppresse…tutte queste donne non erano più disposte a retrocedere ai ruoli tradizionali, ad accantonare i titoli di studio e fingere di non avere certe aspettative”.
Nel 2003 le viene assegnato il Nobel per la pace, diventando così la prima donna iraniana e la prima musulmana ad ottenerlo. Dichiara subito che il premio non era stato assegnato a lei come individuo, ma a lei come simbolo: “Dal giorno in cui ero stata privata dalla possibilità di essere giudice, agli anni in cui avevo lottato nei tribunali rivoluzionari di Teheran, mi ero sempre ripetuta un ritornello: una interpretazione dell’islam che sia in armonia con l’uguaglianza e la democrazia è un’autentica espressione di fede, non è la religione a vincolare le donne, ma i precetti selettivi di chi le vuole costrette all’isolamento…”.
Quando rientra da Oslo su un volo Iran Air, il comandante la fa sedere in prima classe e annuncia che quello è il volo della pace. Atterrata in patria la prima cosa che vede è il volto di sua madre: “Presi le sue mani morbide e rugose nelle mie e le premetti contro le mie labbra. Poi notai la folla che si estendeva a perdita d’occhio…era composta per lo più da donne, lo si vedeva dai veli che avvolgevano le loro teste. Alcune indossavano il chador nero ma la maggior parte portava veli di colori brillanti, e i gladioli e le rose bianche che sventolavano nell’aria, balenavano nell’oscurità della notte.”
Ma Shirin nel suo Paese è rimasta una figura “scomoda” per la sua opposizione al regime. Oggi vive in esilio in una località segreta ma continua a battersi per l’uguaglianza di genere in tutte le parti del mondo dove i diritti delle donne vengono quotidianamente calpestati. Il governo iraniano le ha sottratto tutto, anche la medaglia del Nobel ed ha sottoposto a tortura suo marito e una sua sorella. “Mi hanno preso tutto, ma mi è rimasta la voce” e questa sua dichiarazione ci riporta alla prima pagina del suo libro La gabbia d’oro, edito nel 2008, dove troviamo scritta una frase del rivoluzionario iraniano Alì Shariati “Se non potete eliminare l’ingiustizia, raccontatela a tutti”.
Attualmente, a sessantasei anni, continua a ripetere “Saranno le donne a cambiare l’islam ed io tornerò a fare l’avvocata in Iran”.

 

 

 
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